EVENTI CULTURALI

Chloe Barreau, dalla prospettiva di una figlia, racconta la storia d'amore dei propri genitori,

padre Barreau e l'infermiera Segolène, fautori

di uno scandalo senza precedenti nella Francia

degli anni Settanta.

L'AMORE CHE SI E'

TOLTO LA TONACA

Recensione di Pasquale Musella

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Raccontare una storia dove l’amore riesce a superare ostacoli apparentemente insormontabili, in un’epoca come questa dove tutti ci ripetono che invece “la favola è finita”, è una scelta coraggiosa.

Se a questo si aggiunge che la passione raccontata nel film-documentario di Chloé Barreau, La colpa di mio padre,

prodotto per la televisione francese e proiettato in anteprima martedì 11 dicembre a Roma al Teatro Valle Occupato,

coinvolge un ex prete e un’infermiera e che i protagonisti sono i genitori della regista, non si può non rimanere coinvoltida una vicenda in cui la dimensione pubblica e quella privata si legano indissolubilmente.

 

Padre Barreau, giovane “prete operaio”, si muove ai margini della società francese degli anni ’70, nel tentativo di recuperare altri giovani dediti alla delinquenza. Segolène, che diventerà sua moglie creando scandalo nell’opinione pubblica, è una ragazza irrequieta, tentata dall’idea di abbracciare la causa del terrorismo brigatista.

I due protagonisti, che provengono da storie familiari venate di abbandono, si incontrano ad una conferenza; anzi, si riconoscono, e si innamorano. La relazione nasce molto tempo dopo, ma la scintilla del sentimento scocca immediatamente.


Il coraggio di Padre Barreau che, malgrado la sua notorietà, decide di rinunciare all’abito sacerdotale, rendendo pubblicala sua scelta, accende i riflettori sulla vexata quaestio dell’obbligatorietà del celibato per i sacerdoti (in maniera del tutto analoga, si dovrebbe anche discutere del nubilato imposto alle suore).

La polemica rimbalza sui giornali e sulle televisioni, alimentando la morbosità del pubblico per una vicenda che pizzicale corde profonde della mentalità di quegli anni e forse anche di questi.

 

La regista ricostruisce, in maniera puntuale, il clima di condanna che circondava i suoi genitori: da un lato il “prete spretato” che viene meno ai dettami della religione, dall’altro la donna tentatrice che circuisce un uomo di chiesa, facendolo cadere in tentazione. Sullo sfondo dell’intera vicenda ci sono Parigi, dai quartieri popolari di Pigalle agli angoli borghesi del 16esimo arrondissement, la contestazione giovanile, e soprattutto la crisi del cristianesimo sempre più incalzato delle spinte endogene ed esogene alla secolarizzazione dei costumi.

 

La testimonianza filmica della Barreau risulta inaspettatamente attuale, poiché, se è vero che il dibattito sul celibato/nubilato imposto ai religiosi è praticamente archiviato, è altrettanto vero che – in particolar modo in Italia – le relazioni di coppia non convenzionali devono fare i conti, da un lato, con l’aperta ostilità della Chiesa e, dall’altro, col vuoto legislativo. La colpa di mio padre intercetta, dunque, una questione ancora oggi irrisolta: la possibilità di amarsi oltre il diritto.