SCENE CONTEMPORANEE

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STARDUST MEMORIES

Gli anni 2000

da Parigi a Trastevere

L’autrice e regista parigina Chloé Barreau,

trasferitasia Roma nel 2000, condivide con noi

alcune riflessioni sul suo radio-documentario,

un podcast in 4 puntate che sarà trasmesso

su Rai Radio3

Con i contributi di Matteo Nucci e di Tony Allotta, Chloé firma e propone una carrellata di souvenir delle notti trasteverine e di una Roma di vent’anni fa. Un po’ documentaristico e un po’ romanzato, il podcast è frutto di un collage di materiali di repertorio privati, da lei stessa realizzati durante le sue nottate allo Stardust, storico locale di Trastevere. Questo pittoresco luogo di ritrovo del quartiere popolare romano non solo dà il titolo al nuovo lavoro, ma diventa anche il simbolo di un’epoca e il pretesto per una riflessione sulla socialità di generazioni di ventenni a confronto, per ripensare alla libertà e alla spontaneità della giovinezza.

Col suo sapore vintage, fa rivivere la nostalgia degli inizi del nuovo millennio, così come accadde per il bar Folies Bergère,icona della Belle Époque nei primi anni del secolo scorso a Parigi. Tra stornelli romani e racconti epistolari,

la scrittrice francese custodisce, rendendola preziosa, una memoria individuale e al tempo stesso collettiva in un’era in cui la comunicazione virtuale ha rubato il posto alla fisicità, dimostrando che, forse, da un ventennio all’altro non siamo poi così cambiati e anche che, in fondo, la Senna e il Tevere un po’ si assomigliano.

Chloé, da regista francese a scrittrice di una serie documentaria radiofonica trasteverina.

Come coniughi questa doppia anima nel tuo lavoro?

 

Una parigina del quartiere latino non può che sentirsi a casa a Trastevere. Dopo tutto, siamo sempre sulla rive gauche… A parte gli scherzi, credo che Roma e Parigi siano due città complementari, come una specie di coppia ideale composta da due entità diverse fatte per amarsi: ognuna delle due cerca nella sua dolce metà ciò che le manca.In quanto francese, e anche prima di trapiantarmi a Roma, sono profondamente gallo-romana.

È una grande fortuna godere di una doppia cultura e viaggiare fra due lingue. Permette di mantenere alta la curiosità e la voglia di imparare, dà uno sguardo fresco su cose che gli “autoctoni” danno per scontato.

Per esempio, mi chiedo come si possa essere così accecati da inventarsi un blog come romafaschifo?

Non serve essere straniero per vedere la bellezza di Roma, basta aprire gli occhi.

Cosa ti ha spinto a scrivere Stardust Memories?

Quando riprendevo la mia vita dietro il bancone dello Stardust, non avevo nessuna velleità artistica.

Questa mania di filmare tutto per conservare tracce non era consapevole, ero in qualche modo una film maker senza saperedi esserlo. Quello che facevo mi ha poi insegnato quello che cercavo.

Il mio percorso come regista è stato forse lo stadio successivo di questa nevrosi personale, quando ho realizzato

che quei documenti privati avevano vocazione a diventare materiali da film. Corrispondono a un sottogenere documentario, l’home movie, caratterizzato da un intreccio fra materiali di repertorio privati e scrittura personale.

Da allora, è la forma che contraddistingue il mio lavoro. Quindi se la prima spinta è stata personale, per regalare agli amici dello Stardust un ricordo delle nostre notti trasteverine, la seconda motivazione è subentrata quando ho capito il seguente paradosso: più un racconto è personale, più rischia di interessare tutti.

Quando la redazione di TRE SOLDI, percorsi sonori che raccontano la realtà di oggi e ieri, ha ideato una tematica sui primi vent’anni del duemila, il mio lavoro sullo Stardust si inseriva perfettamente in questa rassegna.

Attraverso lo storico locale di Trastevere rievochi l’anno 2000 e più in generale l’inizio del nuovo millennio, con tutte le sue promesse, restituendo una parentesi incantata. Cosa è cambiato in questi vent’anni?

Direi che è cambiato tutto, perché tutto cambia sempre, compreso noi stessi che invecchiamo.

Mi viene in mente una frase del nuovo romanzo di Frederic Beigbeder che mi ha fatto sorridere: “Non era meglio prima; era uguale ma ero più numeroso.” Il locale Stardust diventa l’espediente ideale per raccontare un momento storico preciso, spensierato:pre-11 settembre, pre-rivoluzione digitale, pre-social network, pre-gentrificazione, pre-proibizionismo… La socialità diversa di questa generazione di ventenni oggi quarantenni, a cavallo fra un secolo e l’altro, smarriti fra un paradigma e l’altro. Una convivenza più diretta, spontanea e informale, dove il locale del cuore è un punto d’incontro, a qualsiasi ore del giorno o della notte, un mondo in cui non esistono i cellulari, dove i locali di Roma sono pieni di fumo e chiudono alle 4 del mattino.

Tuttavia un ventenne di oggi sarà sicuramente simile a uno di allora: il fuori sede che scopre una nuova città e vive alla giornata, quel periodo particolare della vita in cui tutto gira intorno alle amicizie, agli amori, alla libertà, quando si lavora in un bar e si vive di notte: tutti si possono identificare.

Il progetto vuole essere un Amarcord degli anni zero o contiene un messaggio diverso?

Il riferimento ad Amarcord mi parla perché sono ossessionata dalla memoria. 

È il patrimonio immateriale di ognuno di noi, e ho sempre visto la memoria personale come un pezzo necessario

di quella collettiva. Così il mio percorso da ladra di frammenti di vita, iniziato alla metà degli anni ’90, ricopre esattamente il ribaltamento del mondo verso l’era digitale. La carta è diventata mail, il nastro video un file codificato, il negativo fotografico un formato jpeg. La moltiplicazione dei mezzi di comunicazione ha ridotto paradossalmente il dialogo fra di noi, declassando le lettere manoscritte a sms, email, chat: cosa comporta questa perdita delle tracce fisiche nel nostro modo di vivere e di amare? Eppure nel cuore della memoria rimangono

le tracce. Lettere, album fotografici, video analogici anteriori alla rivoluzione digitale: sono documenti singolari,

la cui potenza visiva o sonora è evidente perché suscitano in noi una forma di nostalgia per un mondo che non c’è più. In questo la mia piccola storia fa eco con quella grande.

 

Tu sei una comunicatrice.

In che modalità questo tuo documentario radiofonico e un po’ romanzato si inserisce in un periodo in cui la comunicazione sembra essere circoscritta al virtuale e ai social?

Con la conversione tecnologica del supporto in codice, la traccia materiale è sparita.

Scomparsa inquietante per la mia generazione. Come tutti, mi son dovuta adattare alla nascita dei nuovi media.

Non mi è andata troppo male e lavoro addirittura nel campo della comunicazione.

Ma ad essere onesta, non digerisco del tutto questo cambio di società e mi trovo a disagio in questo mondo virtuale ultra-connesso. Il doc è anche la storia di chi, nell’ora dei nuovi linguaggi, decide di tornare indietro per un po’.

Lo fa con un linguaggio unicamente sonoro, quello della radio. Il mio primo lavoro è stato in radio, adoro questo mezzo: è intimo, nomade, non invadente: un invito all’immaginazione.

La dittatura dell’immagine favorisce per reazione il nuovo trend dei podcast.

Corrisponde secondo me al desiderio di una parte del pubblico di ritornare a una comunicazione più pura ed essenziale. Nel caso di Stardust Memories, siamo a metà fra il documentario e il racconto, con una dimensione epistolare vintage per tutti quelli che, come me, hanno vissuto malissimo la scomparsa delle lettere.

 

Si tende sempre a guardare al passato con nostalgia, come a un periodo migliore di quello attuale.

Perché il presente e il futuro sono o ci sembrano così difficili?

Io la vedo così: il presente non è facile, siamo alle prese con lui.

Il futuro è stato inventato apposta per guastare il presente. Trovo insopportabile il millenarismo attuale, mi rifiuto

di aderire alla paura collettiva dell’apocalisse. Pensare che il futuro non esista è il segreto del mio ottimismo:

così, tutto è sempre possibile. Il passato invece è un conforto perché compiuto: è possibile interpretarlo, dargli un significato. Tante persone non amano avere a che fare con lui. Tante altre lo rimpiangono, soprattutto oggi, in questo momento di transizione storica, di fronte a una realtà confiscata dal virtuale.

È umano volersi rifugiare, lontano dai computer e a ridosso di una generazione, in un piccolo locale di Trastevere.

Procura “la felicità di essere tristi”, la bella definizione che Victor Hugo dà alla malinconia.

Intervista: ROBERTA LEO

SCENE CONTEMPORANEE - 24.01.2020